marzo, meditazioni

17 Marzo 2018

17 Marzo 2018 – Sabato, IV di Quaresima – (Ger 11,18-20; Sal 7; Gv 7,40-53) – I Lettura: “Sono testi in cui il profeta [Gere-mìa] si sfoga davanti a Dio, con grande libertà e gli confida il suo tormento interiore. Dio si riserva il diritto di rispondere o di tacere di fronte alle domande del profeta. Nella prima confessione, dopo aver avuto notizia da Dio della congiura ordita contro lui, Geremìa eleva il lamento perché Dio difenda la sua causa” (Bibbia Via, Verità e Vita, nota). Salmo: “Un innocente perseguitato, abbandonato dalle magistrature terrene, si rivolge alla suprema cassazione divina con un giuramento d’innocenza (vv. 4-6). È una potente automaledizione che l’orante emette nella certezza che nelle sue mani non c’è traccia d’ingiustizia e che, quindi, Dio non può tollerare la sua condanna assurda” (G. Ravasi). Vangelo: Siamo all’ultimo giorno, il gran giorno della festa delle capanne e Gesù approfitta della parte della liturgia della festa dove si fa richiesta del dono dell’acqua per annunciarsi fonte di acqua viva (cfr. v. 37). Sentendo questo discorso vi era gente che credeva in Lui e gente che era molto incredula fra i quali i capi dei giudei convinti sempre di più di arrestarlo.

Il Cristo viene forse dalla Galilea? – Dal Vangelo secondo Giovanni: In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Riflessione: Gesù è a Gerusalemme: abbiamo ricordato di come inizialmente voleva andare di nascosto e rimanere nel silenzio. Cercando di attualizzare questo episodio, soffermiamoci ancora una volta sulla necessità della testimonianza aperta e schietta e della necessità del silenzio e del nascondimento, cercando di comprendere che non sono cose contraddittorie, ma entrambe utili se vissute al momento opportuno. “Quando si compie il disegno di Dio, la pena più grande è l’incomprensione e il pericolo più mortale è la pubblicità. I competenti possono conoscere la famiglia e il nome di una pianticella che spunta, ma gli incompetenti la credono un’erba qualunque e possono essere tentati di strapparla. Il gioielliere conosce la gemma anche quando sta ancora fra i detriti della miniera, ma chi non è pratico la scambia per un sasso. Ora le opere di Dio al principio sono pianticelle tenere e gemme ancora confuse col terriccio dell’umana natura di chi le compie, e riescono incomprensibili, a volte, anche a chi ne è strumento. La incomprensione delle opere di Dio porta la lotta dei mali intenzionati, e spesso, perfino di quelli che s’illudono di combatterle per un fine santo; perciò è necessario usare una grande prudenza e tenerle nascoste il più possibile. Lo stesso straordinario che le circonda può spingere chi ne è strumento a farsene propagatore, non pensando di poter attrarre l’attenzione su se stesso. Il nascondimento ed il silenzio è la tutela più bella delle opere di Dio, soprattutto nel loro periodo di formazione; meno si parla, meglio è; ci si pente sempre di aver parlato, mai di aver taciuto. Bisogna fare come Gesù: ascendere nelle Vie della celeste Gerusalemme, ossia della divina volontà, con riserbo, nascostamente, come fece Gesù, parlando solo quando lo esige la gloria di Dio ed il bene delle anime. In tal modo è più facile tutelare la santa umiltà ed evitare quelle mescolanze della propria natura nelle cose soprannaturali. Quanti disegni di vera santità e di opere salutari periscono per la vanità di una inconsulta pubblicità, e quante volte satana sceglie questa via per renderli più facile oggetto di contrarietà!” (don D. R.).

La Parola di Dio commentata dal Magistero della Chiesa: In cammino verso la Pasqua guidati dalla Vergine del Magnificat – Giovanni Paolo II (Messaggio per la Quaresima, 3 Marzo 1987): Cari fratelli e sorelle in Cristo. “Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,53). Queste parole che la Vergine Maria ha pronunciato nel suo “Magnificat” sono nello stesso tempo una lode a Dio Padre e un appello che ciascuno di noi può accogliere nel suo cuore e meditare in questo tempo di Quaresima. Tempo di conversione, tempo della verità che ci “farà liberi” (Gv 8,32), perché noi non possiamo ingannare colui che scruta “le menti e i cuori” (Sal 7,10). Davanti a Dio nostro Creatore, davanti a Cristo nostro Redentore, da che cosa potremmo noi trarre motivo d’orgoglio? Quali ricchezze o quali talenti potrebbero darci una qualche superiorità? Maria ci insegna che le vere ricchezze, quelle che non passano, vengono da Dio; noi dobbiamo desiderarle, averne fame, abbandonare tutto ciò che è fittizio e passeggero, per ricevere questi beni e riceverli in abbondanza. Convertiamoci, abbandoniamo il vecchio lievito (cfr. 1Cor 5,6) dell’or-goglio e di tutto ciò che conduce all’ingiustizia, al disprezzo, alla brama di possedere egoisticamente denaro e potere. Se noi ci riconosciamo poveri davanti a Dio – il che è verità e non falsa umiltà – noi avremo un cuore di povero, degli occhi e delle mani di povero per condividere quelle ricchezze delle quali Dio ci colmerà: la nostra fede, che noi non possiamo conservare egoisticamente solo per noi, la speranza, della quale hanno bisogno coloro che sono privati di tutto, la carità che ci fa amare come Dio i poveri con un amore preferenziale. Lo Spirito dell’amore ci colmerà di mille beni da condividere; più noi li desideriamo, più li riceveremo in abbondanza. Se noi saremo veramente quei “poveri in spirito” ai quali è promesso il regno dei cieli (Mt 5,3), la nostra offerta sarà gradita a Dio. Anche l’offerta materiale, che abbiamo l’abitudine di fare durante la Quaresima, se è fatta con un cuore di povero, è una ricchezza, perché diamo ciò che abbiamo ricevuto da Dio per essere distribuito: noi non riceviamo che per donare. Come quei cinque pani e quei due pesci del giovane, che le mani di Cristo hanno moltiplicato per nutrire una folla, così ciò che noi offriremo sarà moltiplicato da Dio per i poveri. Termineremo noi questa Quaresima col cuore altezzoso, pieni di noi stessi, ma con le mani vuote per gli altri? O invece arriveremo a Pasqua, guidati dalla Vergine del “Magnificat”, con un’anima di povero; affamata di Dio e con le mani ricche di tutti i doni di Dio da distribuire al mondo che ne ha tanto bisogno? “Celebrate il Signore, perché è buono, perché eterna è la sua misericordia” (Sal 117,1).

La Parola di Dio commentata dai Padri della Chiesa: La capacità di patire – “Il Figlio di Dio, per quanto attiene alla sua propria natura, è notoriamente incapace di soffrire; nessuno infatti sarebbe così stolto da pensare che la natura su tutte sublime possa essere soggetta alla sofferenza. Soltanto egli è diventato uomo in quanto ha fatto sua la carne dalla Vergine santa. Riguardo all’Incarnazione noi insegniamo dunque che egli, in quanto Dio, era libero da ogni sofferenza, come uomo, egli ha invece sofferto nella sua carne. Pur essendo Dio, egli si è fatto uomo senza per questo abdicare alla sua divinità: è divenuto una parte della creazione ma è rimasto superiore a questa; Dio legislatore si è sottomesso alla legge, ma è rimasto legislatore; Dio Signore, ha assunto la natura di servo, ma ha mantenuto in modo stabile la dignità di Signore; primogenito, è divenuto «primogenito tra tanti fratelli» ma è rimasto l’Unigenito. Quale miracolo che egli, come uomo, abbia sofferto nella carne, mentre come Dio era incapace di patire!” (Cirillo A.).

Silenzio / Preghiera / La tua traccia: ‘Oggi notiamo come si “complica” l’ambiente attorno al Signore, pochi giorni prima della sua Passione a Gerusalemme. Per causa sua si produce una sorta di discussione e controversia. Non potrebbe essere diversamente: «Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» [Lc 12,51]. E non è che il Redentore desideri la controversia e la divisione, ma è che davanti a Dio non valgono i “mezzi termini”: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde» [Lc 11,23]. È inevitabile! Davanti a Dio non c’è nessuna posizione neutrale: o c’è o non c’è, è il mio Signore o non è il mio Signore. Non è possibile servire contemporaneamente due padroni [cfr. Mt 6,24]. Giovanni Paolo II considerava che di fronte a Dio bisogna scegliere. La fede semplice che il nostro buon Dio chiede, implica una scelta. Bisogna scegliere perché Lui non venne sulla terra discretamente; morì rimpicciolito, senza ostentare la sua condizione divina [cfr. Fil 2,6]. Lo esprime meravigliosamente san Tommaso D’Aquino nell’Adoro Te devote: «Nella croce si nascondeva solo la divinità, qui [nell’Euca-ristia] si nasconde anche l’umanità». Bisogna scegliere! Dio non si impone, si offre. E rimane a noi la decisione di scegliere a suo favore o di non farlo. È una questione personale che ognuno di noi – con l’aiuto dello Spirito Santo – deve risolvere. A niente servono i miracoli, se le disposizioni dell’uomo non sono quelle dell’umiltà e della semplicità. Di fronte agli stessi fatti, vediamo i giudei divisi. Ed è che nelle questioni dell’amore non si può dare una risposta tiepida, a metà: la vocazione cristiana comporta una risposta radicale, così radicale come fu la testimonianza di abbandono e di obbedienza di Cristo sulla Croce’ (Rev. D. Antoni Carol i Hostench).

Santo del giorno: 17 Marzo – San Patrizio, Vescovo: «Arrivato in Irlanda, ogni giorno portavo al pascolo il bestiame, e pregavo spesso nella giornata; fu allora che l’amore e il timore di Dio invasero sempre più il mio cuore, la mia fede crebbe e il mio spirito era portato a far circa cento preghiere al giorno e quasi altrettanto durante la notte, perché allora il mio spirito era pieno di ardore». Patrizio nasce verso il 385 in Britannia da una famiglia cristiana. Verso i 16 anni viene rapito e condotto schiavo in Irlanda, dove rimane prigioniero per 6 anni durante i quali approfondisce la sua vita di fede secondo il brano della Confessione che abbiamo letto all’inizio. Fuggito dalla schiavitù, ritorna in patria. Trascorre qualche tempo con i genitori, poi si prepara per diventare diacono e prete. In questi anni raggiunge probabilmente il continente e fa delle esperienze monastiche in Francia. Ha ormai 40 anni e sente forse la nostalgia di ritornare nell’isola verde. Qui c’è bisogno di evangelizzatori e qualcuno fa il suo nome come vescovo missionario. Egli si prepara, ma la famiglia è restia a lasciarlo partire, mentre degli oppositori gli rimproverano una scarsa preparazione. Nel 432, tuttavia, egli è di nuovo sull’isola. Accompagnato da una scorta, predica, battezza, conferma, celebra l’Eucarestia, ordina presbiteri, consacra monaci e vergini. Il successo missionario è grande, ma non mancano gli assalti di nemici e predoni, e neppure le malignità dei cristiani. Patrizio scrive allora la Confessione per respingere le accuse e celebrare l’amore di Dio che l’ha protetto e guidato nei suoi viaggi così pericolosi. Muore verso il 461. È il patrono dell’Irlanda e degli irlandesi nel mondo.

Preghiamo: Signore onnipotente e misericordioso, attira verso di te i nostri cuori, poiché senza di te non possiamo piacere a te, sommo bene. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

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